Catturare aloni lunari
JoyCut @Convergenze 2024 - Borgo e Parco delle Fonti di Torrate - Chions (PN)
Uno va di qua, l'altro va di là. Meglio: uno va l'altro resta.
In questa torrida estate resto, l'esigenza di viaggiare mi appare inflazionata e mi convinco che la rinuncia al viaggio è una scelta dovuta, etica e responsabile. Ad agosto poi il fenomeno cosiddetto “overtourism” ti consiglia vivamente di restare stanziale, vicino a casa e la vocina sempre più flebile del tuo spirito avventuroso ti sussurra: “adesso come adesso il viaggio è impossibile”.
A meno che per viaggio non s’intenda l’ultimo maquillage del turismo organizzato: in canoa sul torrente, l’escursione nel bosco rimasto immacolato ma attrezzato, il pranzo su un rifugio d’alta montagna… un bel pacchetto a prezzo fisso, gadget compresi e diventiamo tutti viaggiatori. Fra trekking e rafting, proposte fatte apposta per consentire anche allo yuppie più sedentario di abbandonarsi part-time al selvaggio e all’immaginaria fuga dalla civiltà.
Insomma, in agosto, il viaggio al massimo può promettere lunghe code ai terminal, ritardi accumulati, code da traffico intenso, forti perturbazioni da climate change…. un incubo prevedibile e previsto da mille avvertimenti mediatici. La parola viaggio del resto ha radici semantiche che vengono dall’ inglese 'travel' ha in sé i germi dell'idea di sofferenza. Deriva dal francese 'travailler'. Lavorare. Alto rischio di fatica. La fatica, è sempre stata parte integrante del viaggiare perché, da che mondo è mondo, il viaggio è sempre stato esplorazione, scoperta, crescita, proiezione di sé nell’ignoto. Ma faticare nell’ingorgo agostiano, no! Meglio fermarsi!
Però l'orecchio no! Quello non resta fermo, anzi si muove incessantemente. Viaggia! Almeno vorrebbe farlo.
Passare le vacanze a casa ti permetterebbe di fagocitare tutti i suoni e di inghiottire tutte le musiche che non sei riuscito ad ascoltare durante l’anno, convinto che in ferie il tuo cervello rilassato sia in grado di elaborare il tutto.
Il problema è tutto lì, o quasi. Nella rottura del rapporto tra orecchio e cervello. Fra ascolto e conoscenza. Ascoltare non è più sufficiente a conoscere. E per conoscere e capire la musica non basta un gran volume di cose ascoltate. Terremotato dalla pervasività delle nuove tecnologie, l'oceano di suono è diventato uno fluire inarrestabile e la logistica della percezione sconta una debolezza cognitiva che assume proporzioni sempre più allarmanti. Così anche il mio orecchio è incapace di viaggiare perché non riesce a connettere le informazioni con il sensibile, processo che è alla base di ogni conoscenza.
Meglio mettere in moto altri sensi che aiutino ad elaborare.
“Vieni vicino e guarda, guarda fra gli alberi, segui solo i suoi occhi…” dice una vecchia canzone dei Cure
Avvicinarsi e guardare, può funzionare? Osservare da vicino chi produce il suono può restituire senso, corporeità, energia emozionale a suoni dispersi dal processo di astrazione digitale?
Piccoli concerti dove è possibile avvicinarsi al palco e guardare da vicino: ecco una possibile risposta. Concerti scelti con cura, possibilmente vicini a casa e in posti belli. No stadi, no mega eventi!
L’ultimo mio “viaggio” è stato “Convergenze” che si è tenuto al Borgo e Parco del Le Fonti di Torrate - Chions (PN), pochi km da casa. Ottimo! Ed è stato un vero trip! Per gli occhi, per l’orecchio, per il cervello.
Innanzitutto per il luogo: Il Parco confina con un lembo di 7 ettari di bosco planiziale che conserva una flora residuale alpina rifugiatasi qui durante le glaciazioni e rimasta grazie all’azione refrigerante delle falde acquifere di risorgiva che compaiono in superficie. Il piccolo borgo di Torrate comprende, oltre la torre risalente all’anno 1000, la chiesa di S. Giuliano, con il suo cimitero laterale non usuale in pianura e simile invece alla disposizione dei camposanti delle chiese carniche. Un raro luogo dove natura e uomo mantengono un equilibrio rispettoso, prezioso soprattutto qui a nord est.
La musica dal vivo comincia con The Hunting Dogs che presentano “We Are”, il primo album del duo goriziano uscito per Alka Record Label, registrato e prodotto da Marco Fasolo e masterizzato da Matej Doljak. Alba Nacinovich e Marco Germini accompagnati da un batterista ci propongono sonorità tra l’acustico e l’elettronico con interessanti innesti di improvvisazione musicale tipicamente jazz. Molto bello!
Poi tocca ai Pinhdar e per il report del loro affascinante ed atmosferico concerto vi rimando al pezzo scritto, come al solito divinamente, da Mirco Salvadori → Pinhdar At The Gates Of Dusk
Mi soffermo invece sui Joycut perché mi hanno letteralmente folgorato.
Il concerto si muove sul tappeto cosmico costruito da Pasquale Pezzillo, un mago che si alterna su varie tastiere e si dimena dietro ad effetti, sintetizzatori e molto raramente ma efficacemente alla voce. Il resto dei Joycut sono una macchina ritmica impressionante: batterista e percussionista che sono un fulgide esempio della feroce ed energica passione dietro i loro tamburi.
Pasquale parla poco, molto poco, si limita ad un inchino a mani giunte ogni tanto. Parla poco ma non è silente, anzi. Ci parla attraverso brani dall'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, e contemporaneamente di portarti in alto, di far volare l’immaginazione. Da sempre legati alle tematiche ambientali, sanno veicolare messaggi profondi e urgenti di consapevolezza verso un pianeta che sta implodendo. Nel chiaroscuro del viaggio sonoro dei Joycut mi viene naturale guardare in cielo, cercare nel buio la luce della luna che con la sua presenza costante e misteriosa nel cielo notturno, con la sua bellezza eterea, sa essere simbolo universale di romanticismo, e contemporaneamente ci rende consapevoli di un’interdipendenza nell’equilibrio cosmico. Non posso far a meno di pensare che questo equilibrio verrà rotto se anche la luna diventerà meta di turismo. Turismo spaziale. Sì, ci stanno pensando! Una meta esclusiva per annoiati miliardari e una via di fuga da un pianeta Terra che potrebbe diventare invivibile.
La musica dei Joycut, che sa così bene tenere assieme la parte illuminata alla parte oscura, come la luna preferiamo tenerla stretta come via di fuga esclusiva, ma per la nostra immaginazione.
Per prepararmi al concerto mi sono riguardato il video della loro esibizione al Robert Smith's Meltdown del 2018 e ad un certo punto i Joycut suonano una splendida versione di Hanging Garden dei Cure:
In the hanging garden please don't speak - In the hanging garden no one sleeps - Catching halos on the moon - Gives my hands the shapes of angels
Catturare aloni lunari. Ecco cos’è un concerto dei Joycut. Un fenomeno raro e spettacolare da osservare e ascoltare.




Ah! Maledetti impegni del giorno dopo. Lo sapevo che non dovevo andarmene. Grazie Andrew e sempre bella cosa incontrarsi.