«Che noia!» ho pensato mentre ascoltavo Luca Sofri in un incontro (alla libreria Raggiungibile) dove si presentava "Cose spiegate bene", una colanna editoriale realizzata in collaborazione con la casa editrice Iperborea.
Sofri parlava di numeri nel mondo editoriale, e precisava che i numeri gli piacciono, ma sembrava parlasse di creatività sempre in modo funzionale. Niente di male, per carità, del resto Sofri è prima di tutto un giornalista/editore che sicuramente ha detto cose molto interessanti, visto che il numeroso pubblico sembrava gradire. Però ero stato davanti a inutili fogli di calcolo per otto ore e quindi avevo bisogno di altro, non di “cose spiegate bene” ma “cose oltre”. Colpa mia, senza dubbio. Non ero semplicemente nella serata giusta.
Poi, verso la fine dell’incontro, all’improvviso arriva l’imprevisto. Una domanda dal pubblico, una possibilità di svolta, di andare oltre, in “altre cose”:
«Che musica ascolta Luca Sofri ora?»
Domanda molto opportuna, rivolta a chi ha scritto un libro intitolato “Playlist - La musica è cambiata”. La risposta è stata invece la solita reazione consolatoria del vecchio ascoltatore stanco: «la creatività si è fermata agli anni ’60-’70-’80 e oggi ormai non c’è più niente da inventare, almeno in ambito pop»
Questa motivazione non mi convince, non mi ha mai convinto. Perché, innanzitutto, sono cambiate radicalmente le forme di fruizione e questo incide molto sul tipo di produzioni sonore. E purtroppo anche sulla qualità delle stesse.
Le interfacce e le piattaforme che utilizziamo quotidianamente per l’ascolto della musica ci addestrano a una forma di ascolto superficiale. Ci abituano a liquidare al primo sentimento di noia, di incomprensione, ci portano a reagire dopo pochi secondi, molto prima di aver ascoltato per intero un lavoro. È un’educazione di guerra ai sensi travestita da efficienza selettiva. Nasce per autodifesa, sia chiaro, l'oceano di suono è diventato un fluire inarrestabile e la logistica della percezione sconta una debolezza cognitiva che assume proporzioni sempre più allarmanti.
Dobbiamo proteggerci dall’attacco costante della sovra-stimolazione, perché l’orecchio sta in allerta continua. Sempre. L’ascolto profondo, in questo contesto, non è solo assente. È inimmaginabile. Perché richiede tempo morto. Richiede noia. Richiede disarmo. Ma nessuna delle piattaforme su cui viviamo oggi è progettata per sopportare questi stati. Non generano valore. Il tempo morto è tempo perso. Il silenzio è un errore di sistema. Ecco che, se la musica non colpisce immediatamente, c’è qualcosa che non va. Si passa ad altre cose.
“il nostro sistema nervoso è talmente sovra-stimolato da non concederci mai il lusso di essere annoiati. Nessuno è annoiato, tutto è noioso.”, scriveva Mark Fisher tanto tempo fa. E Fisher ne capiva di musica.
La noia è sempre stata indispensabile, è sempre stata una sfida a trovare qualcosa per riempire il vuoto, magari con qualcosa di dirompente e visionario. Se il concetto di noia sembra qualcosa di totalmente estraneo alla nostra contemporaneità è perché nessuno sa più sottrarsi al flusso dell’info-sfera. E questo è un altro tipo di noia, che non permette di creare, che lascia nello stallo la creatività, per alimentare la produzione illimitata, lo stimolo senza fine, e così facendo fa diventare tutto noioso. Nell’attenzione attivata di continuo si perde quindi la noia, quella creativa per reazione, e con l’incapacità alla sottrazione dallo stimolo ininterrotto si perde la facoltà di ascoltare e sparisce assieme a lei la comunità degli ascoltatori.
«Che noia!» ho ripensato mentre ascoltavo Luca Sofri rispondere in quel modo, da vecchio ascoltatore stanco. Ma la noia non è sempre un male, può divenire diserzione. E una sfida a trovare qualcosa per riempire il vuoto, con qualcosa di dirompente e visionario.
Per trovare quel qualcosa bisogna andare oltre il commerciale, oltre i numeri, oltre il mercato, oltre l’algoritmo.
Insomma bisogna disertare. Altrove, verso “cose oltre”.