“Di fulmini e tempesta” è il nuovo romanzo di Chiara Polita ed è ambientato nel basso Piave, ovvero nei luoghi in cui anch’io sono nato e cresciuto. E il territorio "figlio della Piave" è tutt’altro che neutrale in questa storia.
Questa è terra di acqua, di bonifica, di fiumi e canali che ormai diventano di grande attualità solo quando ci sono emergenze idrauliche. Eppure siamo letteralmente circondati d’acqua e sull’acqua camminiamo perché sotto i nostri piedi, i fiumi alpini alimentano una sterminata prateria di acquiferi sotterranei a cui attingono, in modo disordinato e spesso insensato, molte delle attività umane che ci fanno vivere ed arricchire. E poi i canali e i piccoli corsi d'acqua sono sempre stati come "flussi di coscienza" e "arterie delle storie" delle genti che hanno vissuto queste terre. La Piave è la madre di questa prateria acquifera nella quale ci muoviamo. Difatti fino alla Grande Guerra, il «fiume sacro alla Patria» era femminile, madre feconda e generosa, solo poi è diventato maschile.
Oggi, a prima vista, il Piave rappresenta l’emblema di come l’uomo si è allontanato dall’acqua, fonte di vita, sottoponendolo a una logica di mero sfruttamento invece di guardarla al femminile, alla sua linea che si arrotonda e alle sue dolci curve che seducono, alle sue acque che eccedendo creano fertilità. Chi lo preferirebbe dritto come un fucile, costretto tra argini sempre più alti, ripulito da ogni vegetazione o addirittura barriera contro vecchie e nuove paure non ama “La Piave” madre del nostro territorio ma vuole “Il Piave” soldato semplice agli ordini dell’uomo e delle sue esigenze.
E in questo libro si percepisce tutta la differenza tra chi è in simbiosi col territorio e con il fiume chi invece lo vive come luogo da controllare e sottomettere alle proprie esigenze.
Misurare, documentare, mappare, memorizzare, registrare coordinate e riferire informazioni: niente passava inosservato a uomini e donne che, a piedi o in bicicletta, attraversavano quel territorio di cui conoscevano ogni piega…. Per Gilda correre lungo gli argini significava trovare la pace. Ogni colpo di pedale era libertà. L’aria, gli orizzonti della bonifica ampi come il mare, il fiume, i canali e la palude: tutto le sembrava sorridere di una complicità clandestina
Siamo nel 1943. Maria lavora come operaia nello iutificio di San Donà di Piave. È una donna di poche parole, una figlia di quella geografia in cui le molte acque incerte definivano gli spazi e il tono di quelle esistenze. Grazie a Gilda, una collega più giovane, entra in contatto con i partigiani del Basso Piave, e dando una scossa alla propria vita decide di unirsi alla brigata Eraclea, guidata dal comandante Attilio Rizzo. Le avventurose missioni sono condotte nelle terre di bonifica, dove l’acqua, con le sue sfumature di vita e di morte, diventa centrale nella narrazione. La vita di Maria ha spesso svolte terribili come i tempi in cui gli è dato di vivere però, proprio come il fiume è una vita che rotola, esonda, spiazza, si riprende spazi. Come la Piave che attraversa quelle terre, non si lascia arginare.
Era grande, la Piave. Lo sapeva anche lui, che l’aveva attraversata temendo di perdersi nella nebbia e di finire chissà dove; gli era sembrato un viaggio infinito, ma quando nei giorni successivi la foschia si era diradata e aveva guardato la Piave, era rimasto affascinato dall’ampiezza del corso d’acqua e dai tanti alberi che vi si specchiavano. Gli pareva silenziosa ma forte, un po’ come Maria.
Chiara Polita, attraverso la storia di Maria, affronta temi ancora attualissimi come l’antifascismo, il patriarcato, la brutalità della guerra, la violenza su donne e bambini. E ci ricorda che recuperare almeno un poco del rapporto intimo con l’elemento acqua può diluire l’antropocentrismo oggi dilagante e può farci riconciliare con l’altro da sé.
Un romanzo che ha anche il pregio di far rivivere le storie di Silvio Trentin, Attilio Rizzo, dei XIII Martiri, di Monsignor Luigi Saretta, di Lucia Schiavinato, di Gustavo Badini, di Gilda Rado … nomi sconosciuti ai più, oppure solamente colti sbadatamente da sguardi inconsapevoli grazie a quella toponomastica tipicamente sandonatese.
Far uscire questi nomi dall’involucro commemorativo e immetterli intrepidamente nel fiume vivo e aperto della vita e della storia è un bel modo per riattivare la memoria di questo territorio, troppo spesso sopita.
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Ascolto consigliato:
Ava Rasti: The River - Il concept e la musica sono nati durante la residenza artistica della musicista Ava Rasti a Fabrica e grazie all'ispirazione della Piave