Memorie dal sottosuolo familiare
Pensieri attorno ad «Anatomia di una battaglia» di Giacomo Sartori
Mio nonno ha fatto entrambe le guerre mondiali del ‘900. Nella prima aveva appena 18 anni, nella seconda era già padre di molti figli. Non parlava di guerra, mai. Nascondeva le croci al valore in fondo ai cassetti.
Mia nonna è stata profuga in entrambe le guerre. Non parlava di guerra, mai. Parlava di carestia, nascondeva le vivande, perché non si sa mai.
Nella comprensibile mancanza di racconti delle guerre sembrava che nessuno dei miei familiari avesse ucciso qualcuno, nessuno dei miei parenti fosse morto. Si diceva casomai: “non è più tornato dalla guerra” e finiva là.
Naturalmente i morti c’erano. In guerra si uccide e si viene ammazzati. Ma in casa mia non se ne parlava e a quanto ne so nemmeno in casa di molti altri che conosco. Era autodifesa, erano memorie del sottosuolo. Stavano lì sepolte. Non venivano mai disseppellite nemmeno per dire che “la guerra è bella anche se fa male” perché dire così è da fascisti. Quelli sì, erano raccontati, per maledirli.
Questa premessa per dirvi che la recente lettura di «Anatomia di una battaglia» di Giacomo Sartori, ristampato nel 2025 da TerraRossa, mi ha fatto vivere una situazione opposta. La guerra, nella famiglia raccontata, è onnipresente.
Nel romanzo il padre è un fascista. Il figlio è un comunista.
Il primo non ha mai rinnegato la Repubblica Sociale Italiana: è rimasto fedele a quell’idea anche quando la storia l’ha consegnata alla sconfitta. Il secondo, suo figlio, cresce invece sull’orlo di un’altra radicalità, fino a spingersi a sfiorare il gorgo della lotta armata. Eppure il passato non ha impedito al padre di essere, nel privato, un uomo integro. È questa frattura a rendere il legame tra i due tanto profondo quanto doloroso: il figlio lo ama, nonostante tutto.
Per il padre la guerra non solo “è bella anche se fa male”, è una cosa che fa bene. Distingue le persone tra chi ha fatto la guerra e chi no. La guerra per lui è identità, forza, giovinezza, ostinata battaglia per la vita.
Mio padre era fermamente convinto che la gente essendo abituata troppo bene fosse troppo delicata. Essere troppo delicati voleva dire per esempio avere freddo, o avere fame. Secondo lui alla fame e al freddo e alla sofferenza si poteva e si doveva resistere. Secondo lui quelle erano cose sulle quali se si aveva la forza di volontà necessaria si poteva avere la meglio. Bisognava resistere, saper resistere: il segreto della vita era quello.
Il suo fascismo era un afflato ben più profondo e più insidioso di una astratta ideologia: era una disciplina e uno stile di vita, una religione. Una religione atea, che disprezza chi prova il bisogno di sottomettersi a un dio, e non pensa che ci sia qualcosa dopo la morte, o che la sua esistenza possa continuare in quella di qualcun altro. Crede nel mondo e nella vita. Per lui la vita finiva con la sua vita. Un’avidità che non demorde nemmeno quando è divorato da un male terminale.
…voleva solo mangiare, mangiare per sopravvivere il più a lungo possibile. Avrei voluto dirgli di arrendersi, spiegargli quanto è dolce rassegnarsi.
Ma il venir meno, la consapevole impermanenza è la più grande paura del fascista. La bella morte è solo in guerra.
Il figlio invece ha pensato più volte al suicidio senza avere davvero il coraggio di passare ai fatti. È tipo che scappa dalla vita. È un “delicato” per le categorie del padre ma probabilmente, pur con traiettorie personali molto diverse, per non dire completamente opposte, in comune hanno la tenacia della resistenza contro la morte.
Qualche giorno fa sono stato alla partecipata serata organizzata da “Impronte di Pace” di San Donà di Piave intitolata: “La pace come processo psicosociale”. Dall’incontro è emerso quanto concreto e quindi sentito come reale sia il concetto di guerra e invece quanto astratto e quindi illusorio sia percepito quello di pace. Come far diventare concreta, quotidiana la pace? Che ruolo può avere la memoria in questo processo psicosociale? Il relatore della serata, Mauro Sarrica, rispondendo ad una domanda dal pubblico ha detto che può essere utile far emergere dalla memoria e di conseguenza raccontare anche le cose più spiacevoli della storia, anche della propria storia. Dire la verità, raccontarla nel giusto contesto, perché la memoria non venga usata strumentalmente in futuro.
La forza del romanzo di Sartori è proprio questa: raccontare la verità di un contesto familiare. Preziosa e scomoda.
L’odio non si sconfigge evitandolo o reprimendolo, ma attraversandolo con consapevolezza.
Non è utile fuggire dal proprio cuore di tenebra, meglio disseppellire “le memorie dal sottosuolo”. Anche quelle disturbanti. E metterle nel giusto contesto perché non vengano usate in maniera strumentale, prima o dopo. Accade puntualmente, soprattutto in tempi come questi, bisognosi di propaganda di guerra.





Usate in modo strumentale anche da sé stessi, purtroppo e questa è la parte ancora più difficile.