Sexto senso
These New Puritans, Wu Lyf, Joycut, Apparat al Sexto 'Nplugged
Ho appena finito l’ennesima stagione radiofonica. Nonostante gli anni dietro microfono e mixer siano molti, continuerò a fare radio perché mi costringe all’ascolto, e talvolta a sorprendermi, sperando di sorprendervi. L’ho conclusa con una scaletta che partiva dalla line up di Sexto ‘Nplugged, un festival che riesce sempre a sorprendermi. E poi scrivendo un breve articolo che conteneva queste parole: «mi piacerebbe continuare a muovermi attraverso il suono, fra il mondo e il senso, senza pretendere di sapere una volta per tutte dove sto andando. Ma senza mai dimenticare che se nel mio orizzonte resta solo il suono (e non c’è il mondo, e non c’è il senso) forse è meglio che smetta di trasmettere e anche di scrivere».
A volte, sempre più spesso, sembra invece che la musica voglia tenere il mondo fuori, non occuparsene. Ha senso?
«C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo.» questa è una frase di Francesco De Gregori che ultimamente ha infiammato infinite polemiche. Sinceramente mi interessa poco di questa querelle, però ho sentito lo stesso uno stridore fastidioso.
Continuare a guardare alla musica come ad una semplice e neutra espressione artistica e non come un prodotto da cui si estrae valore economico e affettivo, tra l’altro in maniera sempre più spregiudicata e deteriore, è nella migliore delle ipotesi ingenuo e, nella peggiore, una collusione. Perché così si diventa complici di un sempre più evidente irrigidimento gerarchico. La finanziarizzazione della musica dal vivo, la “guerra” ai club e agli spazi culturali indipendenti, la deresponsabilizzazione dell’artista nelle scelte (contratti sempre più vincolanti)... sono solo alcuni temi che indicano una direzione nefasta.
Può ancora esistere un’indipendenza che mette in discussione queste gerarchie? È possibile muoversi in maniera emancipata nella musica d’oggi e farlo attraverso suoni che non rinunciano a stare in movimento fra il mondo e il senso?
La partecipazione a due delle quattro date di Sexto ‘Nplugged mi fa ben sperare. Perché è uno dei pochi, tra i festival che conosco, che mantiene un’invidiabile autonomia nella scelta degli artisti. E così riesce a far emergere ancora quel “sesto senso”, quello che aiuta a prestare attenzione a cose che altrimenti non si riuscirebbe a percepire, e che servono per comprendere meglio i motivi profondi della incompatibilità che spesso proviamo con buona parte della realtà in cui viviamo.
Ecco alcune sensazioni appuntate nel mio taccuino durante i live a cui ho partecipato:
THESE NEW PURITANS 02/07/2026
Il loro approccio sperimentale che intreccia elettronica, jazz, classica e suggestioni cinematografiche, sembra voler far saltare le gerarchie rock. Dal palco sparisce la chitarra compaiono invece un piccolo piano, tastiere, sintetizzatori e percussioni, ma anche vibrafoni, xilofoni e campane tubolari. Una ricchezza timbrica e ritmica che cerca di tradurre dal vivo la complessità degli album.
Il concerto, si apre con Waiting, una composizione che apre il loro ultimo album e ricorda certe atmosfere 4AD degli anni ’80 e prosegue con Bells con il piano e la voce d Jack Barnett che continua con un incedere molto intimo. Più di un’ora di musica senza compromessi, senza aperture verso il pubblico. O cessioni ai brani più riconosciuti della loro discografia. Un suono che urla dentro prima che fuori. Quando l’esibizione finisce il primo a lasciare il palco è il cantante lasciando al crescendo musicale la chiusura, e il conseguente sentito applauso. E in un periodo di egocentrismo spinto, dove tutti vogliono piacere e hanno paura di non compiacere, di suonare troppo complessi, poco pop, la band ha lanciato un messaggio: “comunicate quello che sentite dentro, non quello che piace all’algoritmo”. Bellissimo!
WU LYF 02/07/2026
Dell’algoritmo se ne fregano altamente anche i WU LYF che, a differenza dei “These New Puritans”, tendono a ridare verve ad un rock indipendente ormai quasi morente, con l’apporto di tutto l’immaginario del caso. Do It Yourself, slogan e immediatezza, potenza comunicativa, ribellismo e centralità del front-man cantante. Niente concessioni al digitale, solo strumentazione classica del rock, e tutto in presa diretta. La band preferisce eseguire dal vivo i pezzi senza alcuna base registrata.
WU LYF li avevo conosciuti così:
Sebbene non siano stati certo un fenomeno di massa (né una band underground così influente da scatenare un’ondata di imitatori), per un paio d’anni i WU LYF sono stati importanti per il movimento indie e non solo per quello. Era il 2011 e molti adolescenti squattrinati della provincia inglese si sono identificati quel gruppo di ragazzi dall’aria sgangherata – loro coetanei – che creavano un piccolo fenomeno culturale con un infervorante disprezzo per l’industria musicale londinese. Poi di colpo sono spariti nel nulla.
Qualche tempo fa, quel loro caratteristico logo a forma di croce (il “wucifix”) ha iniziato a ricomparire su cartelloni pubblicitari e social media. La produzione del nuovo disco affidata a Sonic Boom degli Spacemen 3 ha definitivamente acceso in me la curiosità. Non è musica che entra nelle mie corde, almeno non in quelle di adesso, ma restituire senso, corporeità, energia emozionale adolescenziale ai suoni dispersi dal processo di astrazione digitale mi è sembrata cosa buona e giusta. E succede soprattutto dal vivo.
Forse può sembrare una cosa d’altri tempi ma la musica indipendente dovrebbe servire proprio a questo, no?
JOYCUT 04/07/2026
Un paio d’anni fa rimasi folgorato da un loro concerto. Era all’interno di “Convergenze”, evento collaterale di Sexto ‘Nplugged. Ne ho scritto qui.
Da quel momento ho percepito un’intesa sempre più forte con la loro la musica. E non solo con quella. Il suono come forza capace di veicolare “messaggi” che vanno oltre, come il rispetto verso il pianeta, verso l’umano e anche il “nonumano”. E questo comporta per forza di cose un modo diverso di stare nel sistema musica, soprattutto quello dei live, soprattutto quello di oggi. Essere organismo in sintonia ed in empatia con l’ambiente circostante costringe a scelte non facili, in direzione opposta e contraria alle tendenze attuali.
Ma veniamo al concerto. I JOYCUT fanno uso di due batterie, è diventata una esigenza narrativa molto precisa: voler restituire alle pulsazioni abissali un ruolo esclusivo. Qui la sezione ritmica è coadiuvata anche da un basso, e da pulsazioni digitali, una macchina impressionante che serve a squarciare la tela, un taglio in cui tuffarsi nel mondo analogico con i suoi sensori magnetici, rispolverando sintetizzatori, ma anche chitarra e voce trattata. Il tutto portato alla saturazione, perché il suono assuma una consistenza eterna. Così i beat diventano beati, come i nostri sorrisi mentre assistiamo al concerto. Un’esperienza di materialità mistica.
Il loro suono che si muove fra il mondo e il senso è proprio quello che cercavo perché dentro c’è un mondo diverso e un senso “altro” che oggi mi sento di condividere in pieno. Grazie.
APPARAT 04/07/2026
Qualcuno immaginava un palco tutto computer ed elettronica, ma si sbagliava con l’altro progetto di Sascha Ring: i Moderat. Invece c’erano solo strumenti musicali. E musicisti di un’abilità strabiliante, da appalusi scroscianti. Soprattutto in un’epoca in cui è normale prendere una chiavetta usb premere un bottone che manda basi con campioni di mille strumenti. Anche la voce dell’esile figura di Sascha Ring risulta perfetta per l’atmosfera creata. Qui siamo dalle parti di Radiohead con virate sui Sigur Ros. A chi lo aveva già visto su questo palco nel 2012 la crescita del suo live risulta evidente. All’altezza dei mostri sacri nominati poc’anzi. Insomma non serve spendere centinaia di euro per vedere grandi concerti. Scendere dal bastimento dei grandi eventi conviene, credetemi. E non solo economicamente. Anche semplicemente per incrociare persone che si riconoscono, creature simili. E non ritrovarsi come quelle centinaia di migliaia di solitudini che popolano i megashow che condividono tra loro solo uno smartphone alzato sopra anonime teste.
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Anche in questa stagione ho tentato di muovermi attraverso il suono, fra il mondo e il senso, senza pretendere di sapere una volta per tutte dove sto andando. E credo non sia un caso se il mio “Sexto senso” mi porta ogni anno in questo meraviglioso festival.


